MOMMY

Mercoledì 11 Marzo, ore 21.30

Un film di Xavier Dolan. Con Anne Dorval, Suzanne Clément, Antoine-Olivier Pilon Drammatico, durata 140 min. - Francia, Canada 2014. - Good Films


In un immaginario Canada, dove una nuova legge permette ai genitori di abbandonare alle cure del sistema ospedaliero i figli problematici, Die Despres, un'esuberante vedova, cerca di crescere il figlio Steve, un ragazzino affetto dalla sindrome da deficit di attenzione e iperattività. Mentre entrambi cercano di sbarcare il lunario vivendo sotto lo stesso tetto, la misteriosa vicina di casa Kyla offre loro il suo aiuto. Man mano che la confortante presenza di Kyla diviene sempre più intensa, emergono domande sulla sua vita passata e sul modo in cui il suo destino può essere collegato a quello di Steve e Die.

Cover matura del primo film di Dolan, è un mélo pop sfacciato e impetuoso, urgente e naïf, che gode e si strugge nel kitsch ma non riduce l’uomo a macchietta, che cerca con foga gioiosa l’invenzione del cinema ma sa essere racconto sanamente popolare. E un film meravigliosamente queer: perché cerca l’equilibrio d’amore fuori dalle forme canoniche, dai dogmi sociali, dai legami biologici, dal formato coppia.


Si dice che la vita sia come un film.

Eventi che raccontano una storia o più di una, a volte felice, più spesso triste, altre ancora tragica.

Avvenimenti, ricordi, desideri, speranze, si susseguono senza sosta fin dove è decretata la fine, quasi sempre labile, sospesa, indefinita.

Perché la chiosa che suggella la conclusione, il punto fermo, l’ultimo, e dopo più nulla, (forse) non fanno parte della vita vera, riguardano la finzione, quella scritta e filmata.

 

La vita può essere rappresentata da un flusso di immagini che scorrono sullo schermo, questo lo sappiamo.

Ma questo flusso di immagini che fanno la vita può tradursi in uno specifico formato di pellicola?

Xavier Dolan ci dice di sì.

Ma quale formato scegliere, quale attribuire/applicare ai momenti, o meglio fasi o periodi, che costituiscono la vita stessa? Affinché, principalmente attraverso questa semplice eppure grande, geniale intuizione, possiamo leggerne il fattore emozionale, comprenderne il tormento devastante che non concede tregua, familiarizzare con l’intimo logorìo che si fa regola, abituarci a un inferno perpetuamente ribollente che quando esplode -ogni volta che esplode- manda tutto (quel poco che sta in piedi) in pezzi non sempre facili da riassemblare.

La vita rinchiusa in un quadrato [formato 1:1] è una soffocante prigione, è una lenta agonia, una condanna a morte.

Manca l’aria, e il sole non arriva a riscaldarla. La luce a illuminarla.

Ma il fuoco che vi arde dentro, brucia fino a morire.

Nel quadrato asfissiante siamo da soli con le nostre sciagure, chiusi in noi stessi e fuori dal mondo che non ci vuole, perché non ci comprende e non ci accetta.

Siamo delle mele marce, dei disadattati. A torto o a ragione non importa. È così che vanno le cose.

Il destino avuto in sorte ci modella addosso una spessa corazza di dolore arrabbiato che le persone intorno a noi non intendono scalfire, trapassare o strapparcela di dosso. Il più delle volte non provano nemmeno ad alleggerirne il peso, la loro volontà e disponibilità nel farlo si ferma alle (belle) parole.

Così restiamo soli ed impotenti nel nostro quadrato di insostenibile esistenza, a sentirci colpevoli, a sapere di essere colpevoli.

Allora che fare?

Continuare a portare la propria pesante croce e aspettare che il tempo guarisca le ferite, che richiuda gli strappi frastagliati, arrivi a riempire le voragini scavate dall'angoscia e dallo sgomento, addolcisca il sangue amaro, ristabilisca l’equilibrio venuto precipitosamente a mancare.

Siano i benvenuti coloro i quali incrociando il nostro cammino si fermano a guardare, riconoscendo in noi la loro privata sconvolgente sofferenza che ammutolisce, e stendano una mano, a infondere profumo di fiori freschi nell’aria stantìa e affumicata.

Così da spalancarlo questo dannato quadrato, in favore di una visione panoramica sul mondo, sul futuro, che sia ariosa, luminosa, e -finalmente- normalmente felice.

Anche solo per un po’, certo non per sempre (non è un film!), giusto il tempo di non far appassire la speranza, motore per afferrare la vita che sarà, da raggiungere di corsa, a pieni polmoni, oltre quel corridoio, oltre quel portone di vetro,

come il ragazzino che, rincorrendo la libertà, fuggiva andando incontro al mare…

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